La Storia delle terre del Piave e del cammino verso la qualitÃ
La Storia
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Il vino sembra esserci sempre stato. La sua origine si perde nel mito, dove inebria dei e mortali. E’ il sangue del figlio di Dio, il genio dei poeti, la consolazione dei diseredati. Sollievo e piacere infinito di un’intera specie. Un protagonista della storia dello Spirito, quindi, in tutti i sensi e con ogni senso. Di questa storia ogni terra ha scritto e custodisce una parte affascinante che si mescola alle caratteristiche della natura, alle vicende ed alle attitudini degli uomini. Così i nostri vini del Piave sanno di antichità classiche e fasti della Serenissima, hanno l’anima forgiata dalla guerra, esprimono il vigore della rinascita ed un sentimento sincero di amore per la terra. La terra del Piave.
Storia Antica. L’esercito dei Soldati Contadini
La vera storia della civiltà della vite, avente come protagonisti i mitici veneti primi o paleoveneti, ha inizio verso l’anno 181 a.C. Lungo l’antica pista preistorica che attraversava gli odierni territori della Marca e del Veneto orientale passò l’esercito romano dei soldati contadini guidato da Publio Scipione Nasica. Nel 148 a.C. sul tracciato della pista preistorica venne costruita la Postumia che univa Genova ad Aquileia e poi Lubiana. Con le centuriazioni del territorio, i coloni romani iniziano a coltivare ovunque le viti che si erano portati dalle regioni d’origine stabilendo il passaggio tra l’antica presenza della vite selvatica e l’inizio della coltivazione intensiva della vitis vinifera. Con l’avvento del Cristianesimo il vino assume connotazioni spirituali legato com’è al mistero della trasustanziazione. La coltivazione della vite riceve quindi un ulteriore impulso e diventa soggetto abituale dell’iconografia religiosa.
La Serenissima e il “Vinum Terranum”
Dopo l’intervallo burrascoso delle invasioni barbariche la storia del vino veneto si rinnova con l’ascesa di Venezia. Ma all’inizio e fino all’apogeo la Serenissima non considera la produzione della terraferma. Guarda piuttosto al Mediterraneo importando vini dalla Grecia, da Cipro, dalla Puglia, dalla Dalmazia.
Fino ad oltre il ‘400 infatti la classifica dei vini nelle preferenze dei ricchi veneziani era questa: 1° greci, 2° ribolle dell’area friulano istrana, 3° adriatici, 4° marchigiani, 5°abruzzesi, 6° pugliesi, 7°emiliano-romagnoli, ultimi i vini della terraferma veneziana chiamati col generico “vinum terranum”. Con la scoperta dell’America e l’inizio della decadenza della Repubblica di Venezia si riaccese l’interesse per i vini locali, della terraferma. Inizia una vera e propria rivoluzione enologica. A Venezia cominciano ad arrivare i vini come il Raboso. La città lagunare stabilirà i nuovi ordinamenti della vitivinicoltura e del commercio.
Il vino diventa componente essenziale di ogni dieta. L’anno 1709, con le sue grandi gelate, segnerà l’inizio della crisi che già caratterizzava la Serenissima. Cambia la storia: Napoleone, l’Impero Asburgico ed infine il Regno d’Italia la cui affermazione coincide con le grandi infestazioni di oidio, peronospora e fillossera. La fondazione della “Scuola Enologica” di Conegliano nel 1856 sarà forte sostegno, punto di riferimento, forza innovatrice per la rinascita che ha caratterizzato i periodi che hanno seguito i due conflitti mondiali.
I vitigni stranieri
Tra la fine ‘800 e primi del ‘900 la produzione fu imponente ma a bassa gradazione. La qualità scarseggia, la fillossera imperversa. Agli inizi del secolo scorso fanno il loro ingresso i vitigni stranieri allo scopo di dare migliore indirizzo alla produzione vinicola. Le terre del Piave si presentano di fatto come candidato disponibile ed ideale per la sperimentazione. Tra i vivai meritano speciale menzione quelli dei conti Papadopoli di San Polo di Piave.
Grande Guerra. Il Piave, fiume Sacro alla Patria
La prima guerra mondiale ha reso leggendari il fiume Piave e le sue rive. Da allora il mondo conosce queste terre ed il nome “Piave” è fortemente evocativo. Giustamente. E’ una storia di resistenza oltre il limite dell’umano, di fatiche, paura e coraggio. E’ una storia di eroi. Schierati sulla linea del Piave, gli italiani, il 15 giugno 1918 nel corso della cosiddetta “Battaglia del Solstizio”, dopo aver respinto i numerosi assalti nemici, obbligarono le armate austro-tedesche, alla ritirata, come indicato, la sera del 23 giugno, dal generale Diaz nell’annuncio della vittoria “Dal Montello al mare, il nemico, sconfitto e incalzato dalle nostre valorose truppe, ripassa in disordine il Piave”. L’amara sconfitta degli Imperi Centrali segnò la fine di ogni offensiva sul fronte italiano e la nostra rivalsa dopo l’umiliazione di Caporetto. Quella battaglia, costata la vita a 250.000 persone, mise in luce i nuovi reparti d’assalto dell’esercito italiano, gli “Arditi”. Il Piave divenne, da allora, il simbolo del sacrificio estremo in nome di una patria salvata dal coraggio e dalla determinazione di decine di migliaia di combattenti, tra cui spiccavano i “ragazzini” della classe del 1899, chiamati alle armi per riempire i terribili vuoti causati da tre anni di guerra. Restiamo in tema con un insolito figlio della guerra: El formajo Inbriago. Sembra che il metodo di ubriacatura abbia preso origine da quanto avvenuto sulla Sinistra Piave Trevigiana durante la ritirata di Caporetto. Per nascondere agli austro-ungarici affamati i formaggi di casa, i contadini li coprivano di vinacce, considerate materiale di scarto. Passati i pericoli le “pezze” venivano recuperate, ma nel frattempo avevano cambiato il colore della crosta, divenuta violaceo scuro, e la consistenza, conferendo al formaggio gli aromi del mosto. Questa inusuale maturazione risultò però essere molto gradevole, con un gusto molto particolare tra il piccante e il fruttato, tanto che venne adottata anche dopo la guerra.
A Cavallo tra le due guerre
Al termine del primo conflitto mondiale i problemi da affrontare furono la ricostruzione dei vigneti e la necessità impellente di una scelta varietale più accurata. Data importante il 1923: a Conegliano viene istituita una stazione sperimentale di viticoltura ed enologia dedita allo studio ed alla ricerca finalizzate alla soluzione dei problemi dei viticoltori. Appartiene poi agli anni ‘30 la diffusione della bellussera, simbolo per anni della tradizione vitivinicola del territorio.
La ripresa dopo la seconda guerra Mondiale
Anche il secondo dopoguerra presenterà il suo fardello di questioni da risolvere accanto alla missione della ripresa. Primo fra tutti in questi anni il problema degli ibridi produttori diretti. Nel 1944 venne scritto a chiare lettere ne “Il coltivatore e Giornale vinicolo italiano” che era necessario che il Paese seguisse due direttive: produzione di vini comuni per il consumo interno, e vini speciali, pregiati e superiori che trovassero mercato anche all’estero. Per questi ultimi si dovevano indubbiamente prediligere vitigni classici e nobili. Ma per il consumo interno gli ibridi erano ideali: richiedevano poche cure e poco solfato di rame per difendersi dai parassiti. Per questo all’epoca furono chiamati a più riprese “vitigni dell’avvenire”. Due furono a quel punto le scuole di pensiero: coloro che considerarono gli ibridi perfetta soluzione dei problemi che vessavano la viticoltura del tempo, e coloro che invece, sulla scorta della tendenza europea propendevano per la conservazione e la protezione dei vitigni affermati. Si optò infine per una diffusione controllata. Nel 1963 nascono ufficialmente le Doc e Docg (Dpr 930). Sono anche gli anni in cui si costituiscono i consorzi. Il Consorzio di Tutela Vini Piave nasce nel 1959 e la Docg Piave nel 1971 (Dpr 11.08.1971). Si prepara così il terreno per gli anni ‘70: la formazione di una classe di enotecnici preparati ed aperti alle innovazioni consentirà l’introduzione di nuove tecnologie e quindi la graduale ma sistematica elevazione qualitativa della produzione. Accanto allo sviluppo delle cantine sociali, che raggiunge la punta massima proprio in questo periodo, si percepisce e considera la necessità di portare aiuto anche al settore privato. Si fa inoltre strada il principio della necessaria unione tra le due fasi fondamentali della produzione: la fase viticola e quella enologica per garantire prodotti di migliore qualità. I risultati di una maggiore attenzione agli indirizzi di qualificazione non si faranno attendere. Nel 1983 gli ettari di doc nel veneto saranno il 21% dei doc italiani. Ciò significa la maggiore percentuale e quindi la prima regione nella produzione di questi vini. Il trend positivo è tutt’ora in corso grazie anche all’effetto della comunicazione che ha informato ed educato il consumatore ad essere attento ed esigente.
La qualità non è più scelta ma presupposto irrinunciabile. Questo il futuro dei doc Piave e la missione dei viticoltori che al numero dei vitigni possono con orgoglio unire quello dei secoli che hanno creato una sicura tradizione sulla base della quale non si può che migliorare.